Tragedia, commedia ed equivoci

di Umberto Eco
tratto da
Il sottoscritto


Dalla novella La ricerca di Averroè dall’Aleph di Jorge Luis Borges: “Averroè stendeva l’undicesimo capitolo dell’opera Tahafut-ul Tahafut. Da un cortile invisibile si levava il rumore di una fontana, in basso erano i giardini, e il Guadalquivir e l’amata città di Cordova. La penna scorreva sul foglio ma una lieve preoccupazione offuscò la sua felicità. Non la causava il Tahafut, ma un problema d’indole filologica, connesso con l’opera monumentale che lo avrebbe giustificato davanti al mondo: il commento di Aristotele. Questo greco, fonte di tutta la filosofia, era stato dato agli uomini affinché insegnasse loro tutto ciò che si può conoscere; interpretare i suoi libri, come gli ulema interpretano il Corano, era l’arduo proposito di Averroè. Alle difficoltà intrinseche si aggiungeva il fatto che Averroè, non conoscendo il siriaco e il greco, lavorava sulla traduzione di una traduzione. Il giorno prima due parole dubbie lo avevano arrestato al principio della Poetica. Le parole erano tragedia e commedia. Le aveva trovate nel terzo libro della Retorica; nessuno, nell’ambito dell’Islam, aveva la più piccola idea di quel che volessero dire. Averroè guardò attraverso l’inferriata del balcone: giù, nel piccolo cortile sterrato, giocavano alcuni ragazzi. Uno, in piedi sulle spalle di un altro, faceva da muezzin, quello che lo sosteneva immobile faceva da minareto, un terzo, in ginocchio, rappresentava i fedeli. Una sera a cena con il viaggiatore Abulcasim, Averroè ascoltò una sua strana esperienza in Cina, dove in una casa di legno dipinto molte persone mangiavano e bevevano e suonavano il tamburo e il liuto, tranne quindici o venti, con maschere di color rosso, che pregavano, cantavano e dialogavano. Non erano pazzi, spiegò Abulcasim, rappresentavano una storia. Averroè fece ritorno alla biblioteca. Qualcosa gli aveva rivelato il significato delle due parole oscure; aggiunse al manoscritto queste righe: Aristotele chiama tragedia i panegirici, e commedia le satire e gli anatemi. Mirabili tragedie e commedie abbondano nelle pagine del Corano e nelle iscrizioni del santuario”.

Dunque Borges, interpretando il dramma di Averroè, che non seppe mai il significato delle parole tragedia e commedia, perché si trattava di forme artistiche ignote alla tradizione araba, ha scritto un apologo esemplare sui fraintendimenti tra cultura e cultura. Traendo i suoi dati da fonti secondarie come Renan e Asín Palacios, e dalla Historia de las ideas esteticas en España di Marcelino Menendes y Pelayo, ha raccontato, inventando, qualcosa di storicamente vero invitandoci a riflettere su alcuni misteri della traduzione. Si usa pensare che una traduzione consista nel sostituire parole e frasi della lingua A con parole e frasi della lingua B che in qualche misura siano equivalenti. In realtà come sanno i traduttori e i traduttologi la nozione di sinonimia come equivalenza di significato è molto discutibile. In ogni caso, come ci insegna la novella di Borges, una traduzione non riguarda soltanto il rapporto tra due lingue ma il rapporto tra due culture. Problemi che emergono vistosamente se seguiamo la storia del modo in cui la Poetica e la Retorica di Aristotele sono state ricevute nel mondo occidentale e nel medioevo.

Aristotele proponeva nella sua Poetica una minuta analisi dell’azione tragica, tale che poi si è capito che essa non era solo applicabile alle tragedie del suo tempo ma ad ogni forma di narratività, compresa quella cinematografica. La tragedia è la mimesi, l’imitazione di un’azione in cui a un personaggio accadono cose terribili, peripezie, riconoscimenti drammatici e rovesciamenti di fortuna, fino a che il suo destino si compie in una catastrofe finale. Di fronte alla sua sventura noi proviamo al tempo stesso pietà e terrore e questa esperienza produce una sorta di purificazione, la catarsi. Basterebbe questa grande lezione per fare della Poetica uno dei testi fondamentali di ogni civiltà, ma Aristotele ci dice anche di più, nella Retorica. La tragedia imita un’azione, cioè un pragma, attraverso un racconto, un mythos, ma esprime questo racconto attraverso un discorso, la lexis. Pertanto Aristotele analizzando le varie soluzioni linguistiche e stilistiche, attraverso le quali l’azione tragica deve manifestarsi, ci parla anche della metafora e di essa sottolinea non gli aspetti ornamentali ma quelli conoscitivi.

Capire la metafora è sapere scorgere il simile o il concetto affine o l’opposto di quanto si credeva; theorein, dice Aristotele, verbo che vale per investigare, paragonare, giudicare. Comprendere gli asteia, cioè le acutezze ingegnose, stimola la riconsiderazione delle cose. L’analisi della tragedia spiega come una sequenza di azioni possa produrre lo scatenamento e il superamento di molte passioni, attraverso quella che potremmo definire una più approfondita comprensione del Fato. E la teoria della metafora spiega come le stesse strategie del linguaggio possano produrre sorprese e con la sorpresa una migliore comprensione delle cose. Azione tragica e metafora sono strumenti di conoscenza e rivelazione. Ora entrambi i temi aristotelici non sono stati sufficientemente apprezzati dal Medioevo latino, nel corso del quale non è stata teorizzata in modo efficace la funzione conoscitiva della metafora e non è stata sviluppata una teoria dell’azione tragica. Nel Medioevo si parla di tragedia opposta a commedia ma i due termini non rinviano più a un’azione teatrale. Onorio d’Autun dice che le tragedie sono poemi che parlano della guerra, come la Pharsalia di Lucano, mentre le commedie cantano le nozze, come le opere di Terenzio. Ma più imbarazzante appare il disinteresse medioevale, nonostante la presenza delle metafore più poetiche, per una riflessione sulla metafora come veicolo di conoscenza e non solo come puro ornamento. Per San Tommaso la metafora fa parte del linguaggio letterale, dunque non ci fa scoprire nulla, dice quello che sapevamo già, e Dante, nei commenti alla sua opera poetica, chiarisce il senso filosofico, ma non spiega le metafore, pur usando le metafore a piene mani.

Ora questo duplice imbarazzo medioevale verso la tragedia e verso la natura cognitiva della metafora è dovuto proprio ad alcuni incidenti traduttorii, ovvero al modo in cui i testi aristotelici sono pervenuti nel Medioevo sia latino che arabo. Nei primi secoli dopo il Mille era più facile tradurre dall’arabo che dal greco; non a caso le prime cose che il Medioevo conosce di Poetica e Retorica vengono da testi arabi, tra i quali quello di Averroè, tradotti in pessimo latino. Nel XIII secolo Ermanno il tedesco fa una traduzione della Retorica dall’arabo premettendovi dei testi di Averroè e combinando un tale immondo patchwork che fino ai giorni nostri si è creduto che fosse la traduzione del Commento di Averroè, non la traduzione di Aristotele, tanto la fonte greca era irriconoscibile. Ruggero Bacone, lamentandosi delle traduzioni aristoteliche che circolavano alla sua epoca, le dice “perverse e orribili” e, d’altra parte, lo stesso Ermanno nell’introduzione alla sua traduzione ricorda che gli sarebbe piaciuto tradurre dall’arabo la Poetica di Aristotele, ma che aveva tanta difficoltà nel rendere le citazioni poetiche in arabo e aveva trovato tanta oscurità di termini da doverci rinunciare.

Come già ci ha detto Borges, Averroè non conosceva il greco e a malapena conosceva il siriaco e aveva letto Aristotele in una traduzione araba del X secolo che proveniva a sua volta da una versione siriaca. Immaginiamoci poi cosa il lettore latino poteva capire di Aristotele da una traduzione che Ermanno aveva fatto da un testo arabo il quale a sua volta cercava di capire una traduzione siriaca di un testo greco ignoto. Averroè scriverà che Aristotele chiama tragedia i panegirici e commedia le satire e gli anatemi e che mirabili tragedie e commedie abbondano nelle pagine del Corano e sulle iscrizioni del santuario. Se c’è un bell’apologo sull’incomprensione tra culture è proprio questo. Tutto quello che Aristotele riferisce alla tragedia viene riferito da Averroè alla poesia, in particolare a quella forma poetica che si avvale di rappresentazioni verbali che, secondo Averroè, intendono istigare imprese virtuose.

Così il pragma aristotelico, che è l’azione drammatica al susseguirsi dei fatti, diventa un’impresa virtuosa: e anche se Averroè comprende che la poesia tende a suscitare timore e pietà per colpire gli animi, per lui questi procedimenti mirano a rendere persuasivi alcuni valori morali; quest’idea moralizzante della poesia impedisce di capire la fondamentale funzione catartica e non didascalica dell’azione tragica.

Più complicata è la situazione quando Averroè deve commentare la Poetica nel passo in cui si elencano le competenze della tragedia che sono mythos, la storia, ethe, i caratteri, lexis, il discorso, dianoia, il pensiero, opsis, la visione, e la melopoiia, la melodia. Nella traduzione, il dramma, è il caso di dirlo, avviene con la opsis, Averroè non può pensare che opsis sia rappresentazione visiva di azioni e dice che è un tipo di rappresentazione che mostra a fini morali la bontà delle credenze rappresentate, secondo la traduzione di Ermanno. In vari casi Ermanno peggiora quanto ha combinato Averroè: pur senza capire cosa fosse uno spettacolo tragico Averroè aveva intuito che poteva coinvolgere fenomeni come la peripezia e il riconoscimento, e traduceva nel suo arabo come qualcosa di equivalente a rovesciamento di situazione e scoperta, perché forse pensava a narrazioni dove queste cose c’erano. Ermanno per “rovesciamento” e “scoperta” intende circulatio e directio, termini che sbalordiscono noi e non erano certamente adatti per chiarire le idee di un suo lettore. Anche se Averroè avesse avuto un dizionario greco-arabo che gli diceva come il termine greco per tragedia andasse tradotto in arabo, avrebbe continuato a non capire cosa fosse una tragedia perché la sua cultura non l’aveva abituato alle opere teatrali.

Solo con i traduttori latini che traducono dal greco e non sono fuorviati dal testo di Averroè, si avranno i termini corretti di tragodia e comodia, e si renderà mimesi con imitatio, pietà e terrore con misericordia e timor, pathos con passio, le sei parti della tragedia con fabula, mores, locutio, ratiocinatio, melodia e visus, dove si capisce che il visus riguarda l’azione dell’ipocrita che è l’attore.

Però le differenze culturali hanno pesato anche sulla comprensione degli esempi di metafora dati da Aristotele; e così Averroè, quando si è trovato di fronte ad esempi di metafore tratte dalla lingua e letteratura greca, le ha sostituite con metafore tratte dalla letteratura araba; e forse non sostituiva neppure metafore greche malamente tradotte in siriaco, ma metafore che erano già state sostituite dal traduttore siriaco. Quando Averroè sostituisce un esempio aristotelico con un esempio arabo e cita “i cavalli della giovinezza e le loro bardature sono state tolte” per dire che nella vecchiaia vengono a mancare la guerra e l’amore o le attività della giovinezza, Ermanno il tedesco, ecclesiastico pudico estraneo sia alle citazioni della guerra che alle gioie dell’amore, sostituisce con espressioni usuratissime come “i prati ridono”. E quando Aristotele parla degli asteia, Ermanno, non so se per colpa sua o di un manoscritto arabo che aveva, dice “ideoque… Astisius” con la A maiuscola, facendo diventare gli asteia un certo signor Astisio. E d’altra parte di fronte agli esempi metaforici Ermanno stesso diceva di saltare tutte le citazioni che non capiva perché probabilmente esse avevano sapore per i greci ma non per i latini.